Storia

Cit. da diario di un ufficiale anonimo del 90° fanteria, in G. Alliney, Mrzli Vrh, una montagna in guerra, Nordpress, 2000, p. 49

“Accanto a quello vecchio del paese, c’è un nuovo recinto, aggiunto per i soldati. Sono tutti morti sul Mrzli. Spunta dalla via dell’Isonzo una serie di carri. Essi si dirigono su un piazzale lontano. Sono carri carichi di morti. Dapprima, chi sa per quale imbecillità del carrettiere del primo carro, arrivati alla fossa erano vuotati come si vuota il letame, abbassando le terga del carro e facendo rotolare il contenuto. Essendosi levato un urlo, ora erano seppellite in quelle fosse larghissime e profondissime, nel modo seguente: in fondo i resti irriconoscibili, gambe, membra, ecc… poi uno strato di morti, uno strato di calce, uno strato di morti, un altro strato di calce, e così via fino a riempire la fossa; e poi molta calce; indi terra e terra e terra, a palate, con alacre e aerea snellezza. Fuori una gran croce catramata nera.”

S. Tacconi, Sotto il giogo nemico, Milano, Fides, 1925, pp. 105-106

“Rincontrammo al grande cimitero di Kamno ove sono raccolti i corpi di tutti gli eroi della zona del Merzli e dintorni. Un anno ero stato lassù e solo in un anno quanti erano scesi in quell’umile recinto a testimoniarvi tutta la fede e l’offerta alla patria! Ricordo che salendo l’erto calvario del Mrzli la prima volta avevo tremato passando vicino a quelle croci, perché m’era balenato il pensiero di poter morire anch’io lassù, sulle prime linee ed essere trasportato in quel cimitero. Tra la selva delle croci bianche segnate con poche iniziali e cifre, riparlarono mestamente al mio cuore quelle di parecchi artiglieri messe insieme, quasi legate da consanguineità anche nella morte: capitano Brugnetti, tenete Pelaez, Fioravanti…”.

S. Montalbano, La guerra in fronte, diario di un soldato 1915-1918, Fondazione cineteca italiana, Milano pp. 48/49
Giorno 17 giugno, ore 4. “Gli artiglieri della quinta si preparino per la messa nel cimitero di Kamno” è il tenente Giglio, un sicilioto ardito costruttore di trincee e di ripari ideali che grida. Ho chiesto il perché della messa e, calmo, ha risposto: “ E’ la messa funebre in onore dei due tenenti caduti in un’imboscata a Volaria mentre erano di pattuglia in esplorazione. I loro corpi giacciono nel cimitero di Kamno. E’ quello il muro del cimitero. Lo vede?” A quattrocento metri circa il muro del cimitero biancheggiava, dei pezzi di mattone rosso intersecati nella cementatura del muro irrubinano quel bianco come macchie di sangue. E il sole si alza caldo. Ore 5. Il cimitero di Kamno è perduto a mezza costa sulla riva sinistra dell’Isonzo fra Kamno paese e Volaria e di fronte a Selisce. Alle spalle gli grandeggia tristamente il Merzelik. Quando superai il cancello notai pochi tumuli vecchi, molti nuovi nel piccolo recinto. Delle croci di legno giallo, molte, troppe e su ciascuna, di un rosso cupo che parla di sangue, il nome dei nostri caduti e le date delle gloriose e dolorose. Croci modeste fatte dalla passione dei soldati del 90° reggimento. Il tintinnio acuto di un campanello ruppe il grande silenzio ed io guardai. Il cappellano militare su di un altare improvvisato ed eretto contro il muro officiava, assistito nella pia bisogna da un artigliere in tenuta grigio verde. Vicino a me i miei superiori, dietro di noi serrati, in fila e silenziosi, coll’arma al piede, un plotone di fanti. Gli artiglieri a capo scoperto, figgevano gli occhi sul piccolo altare come se le due piccole candele accese, pallide innanzi al sole, fossero un segno di richiamo alla fede. Dominus vobiscum! E la voce forte del cappellano tagliava la mitezza del mattino. Qualcosa di enormemente grave pesava su di noi, i nostri cuori e tutte le menti erano rivolte a speranze di vittoria e di vita. Qualche lacrime val trattenuta scorreva sul volto maschio dei nostri artiglieri. Ite missa est! Quando il cappellano, dopo l’ultimo canto d’assoluzione alle salme dei forti volle parlare, io non udii, tutto ciò che poteva dire cento volte lo avevo nell’anima e fissai la croce più prossima perché, nell’attenzione forzata, non mi tremassero le labbra e non mi scorressero le lacrime. Avevo ascoltato la prima messa di guerra.